Pittore veneto del XVII secolo

Unzione di Betania

Olio su tela, cm 76x114

In cornice coeva in legno intagliato, cm 103 x 140

Pittore veneto del XVII secolo

: PS2500394

Pittore veneto del XVII secolo

Unzione di Betania

Olio su tela, cm 76x114

In cornice coeva in legno intagliato, cm 103 x 140

Il dipinto, eseguito da un maestro di scuola veneta della prima metà del Seicento, raffigura l'episodio biblico dell’Unzione di Betania. L’episodio, raccontato nei Vangeli canonici, racconta dell’unzione di Gesù da parte di una donna durante una cena in casa di Simone il lebbroso, in Marco e Matteo, o in quella di Lazzaro in Giovanni. Le differenze fra i vangeli sono minime ma ci permettono di indicare in quello di Giovanni il più prossimo a questa rappresentazione: infatti nella scena vengono unti i piedi di Gesù, fatto che non viene specificato dagli altri evangelisti. Seguendo questa versione, l’episodio sarebbe avvenuto a Betania nel corso di una cena, dopo la risurrezione di Lazzaro, sei giorni prima di Pasqua. La sorella di Lazzaro, Maria, porta un vaso contenente un olio con estratto di puro nardo, molto costoso; con quest’olio unge i piedi di Gesù, asciugandoli con i suoi capelli. Giuda Iscariota, che teneva la cassa dei discepoli di Gesù, si indigna per lo spreco e dice che vendendo il profumo si potevano ricavare trecento denari, con cui aiutare i poveri. Anche in questo caso Gesù dice di non rimproverare la donna e di lasciare che usi l'olio per la sua sepoltura, perché i discepoli avrebbero continuato ad avere con loro i poveri, ma non Gesù. Tornando all’opera: l'ambientazione è architettonica, con elementi classici come colonne e un basamento con una statua sulla sinistra, che ben si adeguano all’immaginario visivo degli artisti attivi in Veneto tra il Cinquecento ed il Seicento, primi tra tutti i membri della famiglia Caliari. Sulla destra, si intravede una struttura più imponente con arcate, di sicura derivazione classica. Il cielo, nuvoloso e plumbeo, crea un'atmosfera drammatica, che annuncia l’imminente tragica crocifissione del Signore. La cornice intagliata in legno, riccamente decorata con motivi a volute e fogliami, è un elemento importante che valorizza l'opera e ne sottolinea il pregio, adeguandosi perfettamente agli stilemi tecnico-esecutivi del grande artigianato di quel periodo. Il dipinto presenta delle marcate similitudini con le opere che furono parte di un ciclo decorativo sulla Redenzione originariamente collocato nella chiesa di San Nicolò della Lattuga ed attualmente alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, realizzato da Paolo Veronese e dalla sua bottega alla fine degli anni Settanta del XVI secolo. Per il ciclo della chiesa di San Nicolò, Benedetto Caliari (Verona, 1538 – Venezia, 1598), abile fratello di Paolo, realizzò tre dipinti la Flagellazione (andata perduta), il Cristo davanti a Pilato, oggi nelle collezioni dell’Accademia, e l’Ultima Cena e la Lavanda dei piedi, una delle opere più celebri e conosciute del pittore. Nonostante il Ridolfi l'attribuisse a Paolo Veronese, le evidenze stilistiche e documentarie non lasciano dubbi sulla paternità di Benedetto, anche se parte della critica ha ipotizzato la partecipazione del capo bottega con minimi interventi. È proprio a quest’ultimo telero che padre guardare l’artista veneto responsabile dell’opera: da Benedetto Veronese è ripresa l’ardita concezione prospettica degli spazi, la pennellata agile e scorrevole e la vividezza dei colori, che si incanala nella ricca tradizione del colorismo veneto. 

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