Santi di Tito ( 1536 – 1603)

Ritratto di Passerini con il figlio 

Olio su tavola, cm 115 x 82,5 

con cornice, cm 130 x 100

Marchio della famiglia Passerini sul retro

Pubblicazioni 

-Capolavori che si incontrano. Bellini, Caravaggio, Tiepolo e i Maestri della pittura toscana e veneta nella collezione della Banca Popolare di Vicenza. Catalogo della mostra a cura di Fernando Rigon, Ginevra – Milano, 2014, pp. 168-69; 171-72.

-L. Scanu, Santi di Tito e l’arte del ritratto. Una nuova effige e una possibile serie dei senatori fiorentini, «Bollettino Telematico dell’Arte», 11 settembre 2025, n. 983.

-N. Bastogi, Due ritratti femminili di Santi di Tito, «Paragone Arte», 60, 2009, pp. 58-66.

Santi di Tito (Firenze, 5 dicembre 1536 – 25 luglio 1603)

: PS2600312

Santi di Tito (Firenze, 5 dicembre 1536 – 25 luglio 1603)

Ritratto di Domenico di Lorenzo Passerini con il figlio Lorenzo

Olio su tavola, cm 115 x 82,5 – con cornice, cm 130 x 100

Marchio della famiglia Passerini sul retro

Pubblicazioni 

-Capolavori che si incontrano. Bellini, Caravaggio, Tiepolo e i Maestri della pittura toscana e veneta nella collezione della Banca Popolare di Vicenza. Catalogo della mostra a cura di Fernando Rigon, Ginevra – Milano, 2014, pp. 168-69; 171-72.

-L. Scanu, Santi di Tito e l’arte del ritratto. Una nuova effige e una possibile serie dei senatori fiorentini, «Bollettino Telematico dell’Arte», 11 settembre 2025, n. 983.

-N. Bastogi, Due ritratti femminili di Santi di Tito, «Paragone Arte», 60, 2009, pp. 58-66.

«Fu portato dal genio non meno che dal desiderio del guadagno a fare ritratti, come quegli che possedendo un'istraordinaria sicurezza nel disegno, gli conducea con gran facilità, e somigliantissimi dal vivo». Con queste parole Filippo Baldinucci, nelle Notizie de' professori del disegno da Cimabue in qua (1681), sanciva la reputazione di Santi di Tito quale ritrattista di eccezionale capacità. Il Ritratto di Domenico di Lorenzo Passerini con il figlio Lorenzo si inscrive pienamente in questa produzione, offrendo un esempio eloquente della sua capacità di restituire insieme il rango sociale e psicologia degli effigiati. L’opera presenta a mezzo busto un uomo elegantemente vestito con un pesante cappotto nero a manica corta con bottonatura foderato di pelliccia di zibellino, accanto al quale compare un bambino vestito con una ungherina in seta colorgiallo oro che tiene in mano una mela. L’attribuzione del dipinto a Santi di Tito è stata confermata da Carlo Falciani in occasione del passaggio in asta del 2013, mentre Nadia Bastogi ne ha proposto una datazione agli anni Novanta del Cinquecento. La cronologia combacia con il momento di piena maturità dell’artista, che proprio nel 1593 realizzava la Visione di San Tommaso d’Aquino nella chiesa di San Marco a Firenze, considerata il vertice della sua produzione. Nato a Firenze nel 1536, Santi di Tito, spesso ricordato come “dal Borgo” per le origini del padre Tito di Santi di Bartolomeo, originario di Borgo Sansepolcro. Santi di Tito entrò nella Compagnia di San Luca nel 1554 e soggiornò a Roma tra il 1561 e il 1564, lavorando nella bottega di Taddeo Zuccari, dove lavoravano anche i giovani Federico Zuccari e Federico Barocci. Pur formatosi in questo contesto manierista, sviluppò un linguaggio autonomo, più vicino alla misura di Agnolo Bronzino e Andrea del Sarto, aggiornato però alla chiarezza osservata nelle opere tarde di Raffaello e orientato verso una rinnovata adesione al vero. Il dipinto si distingue anche per la rilevanza della committenza: sul retro della tavola è impresso a fuoco lo stemma della famiglia Passerini, accompagnato da lettere identificative (“Co Ao Pi / Do Pi”) che attestano l’appartenenza dell’opera alla quadreria familiare nel XVII secolo. L’epigrafe, sciolta come “Capitano Alessandro Passerini / Domenico Passerini”, rimanda ai figli di Lorenzo, il bambino ritratto, i quali furono responsabili dell’apposizione del marchio per celebrare la memoria del casato. Alessandro fu comandante dell’esercito mediceo e uomo di lettere, mentre Domenico divenne abate e scrittore satirico, e avevano l’obbiettivo di celebrare i gloriosi fasti della casata attraverso l’esposizione di una serie di ritratti dei loro avi. Il protagonista del ritratto è infatti identificato in Domenico di Lorenzo Passerini, podestà di Dicomano, carica istituzionale che comportava il controllo politico-amministrativo su un territorio comprendente anche San Godenzo, nell’ambito del Vicariato del Mugello istituito nel 1415. La lettera che egli stringe nella mano destra costituisce un attributo iconografico significativo, allusivo all’incarico pubblico ricevuto, secondo una consuetudine diffusa nella ritrattistica cinquecentesca. Accanto a lui compare il figlio Lorenzo, nato nel 1591, qui raffigurato ad un’età compresa tra i tre e i cinque anni, elemento che consente di proporre una datazione intorno al 1594.  Santi di Tito si affermò nell’ultimo quarto del XVI secolo come uno dei più apprezzati ritrattisti della nobiltà, dell’alta borghesia e del clero fiorentino, distinguendosi per un’ampia produzione che trova riscontro in opere come il Ritratto di Carlo Pitti oggi al Philadelphia Museum of Art, il Ritratto del Cardinale Ferdinando de’ Medici presso il Museo Civico di Prato e il Ritratto di Piero de’ Medici conservato agli Uffizi. In questo dipinto si coglie dunque pienamente la capacità dell’artista di superare le rigidità manieriste, proponendo una visione più naturalistica dei personaggi, nella quale la verosimiglianza non è soltanto formale ma anche emotiva. Il ritratto dei Passerini si configura così come una testimonianza significativa non solo del talento individuale del pittore, ma anche delle strategie di autorappresentazione dell’aristocrazia fiorentina tardo-cinquecentesca, che attraverso immagini come questa costruiva e tramandava la propria identità familiare.

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