Christian Reder, detto Monsù Leandro (1656 – 1729), Il trionfo di Coriolano

Christian Reder, detto Monsù Leandro (1656 – 1729), Il trionfo di Coriolano

Christian Reder, detto Monsù Leandro (Lipsia, 1656 – Roma, 1729)

Il trionfo di Coriolano

Olio su tela, cm 68 x 72

Christian Reder, detto Monsù Leandro (Lipsia, 1656 – Roma, 1729)

Il trionfo di Coriolano

Olio su tela, cm 68 x 72

 

La tela in esame raffigura il Trionfo di Coriolano ed è stata attribuita a Christian Reder. Conosciuto in Italia con il nome di Monsù Leandro, si inserisce della cospicua compagine artistica dei pittori bamboccianti, artisti provenienti dal Nord Europa che trovano a Roma un terreno fertile per lo sviluppo della pittura di genere, tra cui si annoverano nomi quali quelli di Pieter van Laer, Jan Miel, Keil Eberhard. Reder, nato a Lipsia, dopo un primo periodo di apprendistato ad Amburgo, inizia a viaggiare a Londra e in Italia, dove si reca dapprima a Venezia, successivamente dal 1690 a Roma, dove si sposò e vi rimase fino al 1709 collaborando assiduamente con Peter van Boloemen. Diviene membro della Schildersbent, associazione di pittori, principalmente olandesi e fiamminghi, che prosperò per un secolo tra il 1620 e il 1720 circa a Roma, i cui membri si definivano Bentvueghels. Reder si specializza nel genere della battaglia, ma non mancano dipinti di paesaggi con scene di caccia, rappresentati con grande realismo, derivato dall’esperienza sul campo militare, dal momento che prese parte alla guerra contro i turchi. Evidente è l’influenza di celebri battaglisti quali il Borgognone, innovatore del genere verso una chiave barocca, di cui Reder si fa interprete e fa da ponte con il gusto settecentesco.  

La tela raffigura il condottiero romano Gaio Marzio Coriolano, membro dell’antica Gens Marcia, che vantava di discendere dal re Anco Marzio. Uomo politico e valoroso generale al tempo delle guerre contro i Volsci, antico popolo italico. Secondo Tito Livio e Plutarco a Gneo Marcio fu attributo il cognome di Coriolano a seguito della vittoria di Roma contro i Volsci di Corioli, ottenuta anche grazie al valore del giovane patrizio. Nel 494 a.c., lo sciopero della plebe per il prezzo troppo caro del grano portò alla mancata coltura dei campi, con conseguente rincaro del grano e la necessità di importarlo. Coriolano si era opposto fortemente alla riduzione del prezzo del grano alla plebe, la quale lo prese in forte odio. La situazione era poi resa oltremodo complicata dai preparativi bellici intentati dai Volsci, contro cui si decise di intraprendere l’ennesima azione militare, affidandola al console Postumio Cominio, iniziando la campagna militare guidando l’esercito romano contro i Volsci di Anzio, città che venne espugnata. Ma la plebe non apprezzò le vittorie a causa del conflitto tra plebei e patrizi, poichè quest’ultimi non si erano ancora rassegnati all’istituzione dei tribuni della plebe, e cercavano in tutti i modi di contrastarne l’azione. In questo contesto fazioso, Coriolano rappresentava l’ala più oltranzista dei patrizi, che propugnava l’abolizione del tribunato ai plebei. Secondo Livio, Gneo Marcio rifiutò di andare in giudizio, scegliendo l’esilio volontario presso i Volsci, e per questo motivo fu condannato in contumacia. I Volsci lo accolsero e decisero per una nuova guerra contro Roma, affidando a Coriolano e ad Attio Tullio il comando dell’esercito. I due si divisero le forze: ad Attio sarebbero spettati i territori dei Latini, per impedire che portassero soccorso a Roma, Coriolano si volse a saccheggiare la campagna romana. Coriolano volse il proprio esercito contro la colonia romana di Circei che fu presa, mentre Roma ancora non reagiva per il montare della discordia tra patrizi e plebei. Alla fine a Roma si decise di arruolare un esercito. Coriolano si accampò a sole cinque miglia dalle mura della città in località Cluvilie, nel 488 a.c. dove fu raggiunto da un’ambasceria. Marco Minucio Augurino, uno dei cinque ex-consoli inviati dal Senato al campo dei Volsci, perorò con un lungo discorso la causa di Roma senza però far desistere Coriolano dall’intento; anzi i Volsci presero Longula, Satricum, Polusca, le città degli Albieti, Mugillae.

Qui, alle porte dell’Urbe al IV miglio della Via Latina, dove si trovava il confine dell’Ager Romanus Antiquus, mentre i consoli del 488 a.c., Spurio Nauzio e Sesto Furio, organizzavano le difese della città, Coriolano fu fermato dalle implorazioni della madre Veturia e della moglie Volumnia, accorsa con i due figlioletti in braccio, che lo convinsero a desistere dal proprio proposito di distruggere Roma. «[…] Coriolano saltò giù come una furia dal suo sedile e corse incontro alla madre per abbracciarla. Lei però, passata dalle suppliche alla collera, gli disse: «Fermo lì, prima di abbracciarmi: voglio sapere se qui ci troviamo da un nemico o da un figlio e se nel tuo accampamento devo considerarmi una prigioniera o una madre». (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II, par. 40)

Epoca

XVIII Secolo

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