Cerchia di Pier Francesco Mola, Abramo caccia Agar e Ismaele

Cerchia di Pier Francesco Mola, Abramo caccia Agar e Ismaele

Cerchia di Pier Francesco Mola (Coldrerio, 1612 – Roma, 1666)

Abramo caccia Agar e Ismaele

Olio su tela, cm 57 x 90 – con cornice cm 81 x 114

Cerchia di Pier Francesco Mola (Coldrerio, 1612 – Roma, 1666)

Abramo caccia Agar e Ismaele

Olio su tela, cm 57 x 90 – con cornice cm 81 x 114

L’episodio raffigurato nel dipinto in esame rappresenta la vicenda di Abramo e Sara, narrata nel Libro della Genesi. Sara, ormai anziana, non può dare ad Abramo un figlio, così decide di sacrificarsi e per portare avanti la stirpe elle offre al marito di giacere con la sua ancella, Agar. Dall’unione tra Abramo e Agar nasce Ismaele, il quale crebbe in seno alla famiglia; quando però anche Sara, miracolosamente, rimase incinta e partorì un figlio chiamato Isacco, tra le due donne scoppiò una profonda gelosia, tanto che Abramo fu costretto ad allontanare sia Agar che il figlio Ismaele:

“Ma Sara vide che il figlio di Agar l’Egiziana, quello che essa aveva partorito ad Abramo, scherzava con il figlio Isacco. Disse allora ad Abramo: «Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco». La cosa dispiacque molto ad Abramo per riguardo a suo figlio. Ma Dio disse ad Abramo: «Non ti dispiaccia questo, per il fanciullo e la tua schiava: ascolta la parola di Sara in quanto ti dice, ascolta la sua voce, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. Ma io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole».

Da Ismaele, costretto a rifugiarsi nel deserto con la madre, nascerà, dopo la sua unione con una donna d’Egitto, la stirpe dei cosiddetti “ismaeliti”, ovvero gli arabi, mentre Isacco, uno dei grandi patriarchi, fu il progenitore del popolo eletto.

Nel dipinto in esame si può osservare in primo piano la figura di Abramo che invita Agar e il figlioletto ad allontanarsi dalla sua casa, mentre l’anziana Sara con il piccolo Isacco si nasconde in attesa dietro lo stipite della porta. La luce che dall’alto illumina con bagliori nitidi e cangianti i volti delle figure in primo piano si contrappone all’ombra che cala sul volto di Sara, elemento ricorrente nella pittura dei cosiddetti “tenebrosi” veneziani, che manifestano un legame con la lezione e le suggestioni caravaggesche, reinterpretate però con originalità sulla lezione dei bolognesi e in particolare di Guercino.

L’opera è una chiara ripresa del dipinto raffigurante la Cacciata di Agar e Ismaele di Pier Francesco Mola, detto il Ticinese dalla sua terra d’origine. Figlio di un architetto attivo alla corte di Papa Paolo V, studiò con Prospero Orsi e il Cavalier d’Arpino, anche se risentì maggiormente dell’influenza di Pietro da Cortona e Poussin. È l’ultimo importante esponente della cosiddetta scuola neo-veneta nella città eterna. Tra gli anni trenta e quaranta del Seicento compì numerosi viaggi in Italia, fermandosi a lungo a Venezia, dove apprese la maniera “tenebrosa”. Nei decenni successivi la sua attività si svolse per lo più a Roma, con esiti così brillanti da essere eletto nel 1662 Principe dell’Accademia di San Luca. L’opera oltre al dipinto di Mola presso i Musei Capitolini, datato al 1660-1666, si può accostare ad una derivazione di un pittore anonimo citata in Fototeca Zeri, che nel 1968 si trovava in un ospedale di Baltimora nel Maryland. Come sostiene Arslan, la tela del Mola ai Capitolini è l’ultimo avvicinamento del ticinese alla maniera di Guercino, nel rapporto tra i colori violacei e quelli sabbiosi della veste del vecchio, oltre allo stesso spunto iconografico della tela ora a Brera (1667): lo sfondo arboreo dai cirri bianchi sul cielo azzurro.

Epoca

XVII Secolo

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