Carlo Preda (Milano, 1651 o 1652 – 1729), Gesù Cristo

Carlo Preda (Milano, 1651 o 1652 – 1729), Gesù Cristo

Carlo Preda (Milano, 1651 o 1652 – 1729)

Gesù Cristo

Olio su tela, cm 38,5 x 28,5 – con cornice 52 x 42

 

Carlo Preda (Milano, 1651 o 1652 – 1729)

Gesù Cristo

Olio su tela, cm 38,5 x 28,5 – con cornice 52 x 42

 

L’opera in esame riprende in uno scorcio ravvicinato il volto di Cristo. Egli è raffigurato con dorati boccoli biondi lunghi fino alle spalle, il viso girato di tre quarti e lo sguardo benevolo e intenso. Il fondo scuro ed uniforme evidenzia la sua figura pervasa da una calda luce laterale, che sfuma in tonalità più chiare attorno al volto, donandogli un’aura di sacrale atemporalità. Colpisce l’uso di tinte luminose, stese morbidamente sulla tela creando contorni volutamente indefiniti e i raffinati accostamenti cromatici.

Sulla base di queste caratteristiche stilistiche e formali il dipinto può essere attribuito alla mano di Carlo Preda (Milano, 1651/52-1729), uno degli artisti più originali del contesto milanese del suo tempo e uno degli antesignani della stagione del barocchetto lombardo. Nato a Milano, città nella quale risiedette per tutta la vita, ebbe come suo primo maestro lo zio, il pittore Federico Bianchi. Negli anni ottanta del Seicento la sua arte ebbe una svolta significativa legata all’attività nel territorio di Casale Monferrato approdando ad uno stile compositivo più leggero ed utilizzando una tavolozza più chiara. Successivamente grazie probabilmente all’influsso di artisti come Domenico Piola, Bartolomeo Guidobono e Gregorio De Ferrari, esponenti del tardo barocco genovese, Carlo Preda perviene a una pittura più dolce, di matrice neocorreggesca. Che il deciso mutamento di rotta fosse apprezzato anche dalla committenza è rivelato dai numerosi incarichi ricevuti dal maestro tra lo scadere del secolo e l’inizio del Settecento e anche dall’elezione a principe della locale Accademia di S. Luca, nel 1702. Lavorò, oltre che nella sua città natia, anche in territori limitrofi come a Monza, nel bergamasco e nel novarese e alle prove di ambito chiesastico affiancò una notevole produzione di opere da stanza di tema sia sacro sia profano. Noto anche come perito d’arte, nel 1715 il pittore stila l’inventario della collezione di Giovan Pietro Orrigoni. Al 1724 risale l’ultima sua prova documentata, la pala già in palazzo Leonardi a Trecate, ora nel locale monastero delle suore della Carità.

Per confronto con l’opera analizzata si veda La visita di Santa Caterina in carcere conservata al Castello Sforzesco di Milano e il Cristo sostenuto dagli angeli apparso sul mercato, dove si riscontrano evidenti tangenze nell’utilizzo di una calda e brillante tavolozza oltre che nell’attenta descrizione dei volti (si noti in particolare l’allungato taglio degli occhi dei personaggi tipico dell’artista).

 

Epoca

XVII Secolo

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