Attr. a Gregorio Preti (1603 – 1672), San Gerolamo

Attr. a Gregorio Preti (1603 – 1672), San Gerolamo

Attr. a Gregorio Preti (Taverna 1603 – Roma 1672)

San Gerolamo

Olio su tela, cm 100 x 83 – con cornice 119 x 93,5

Attr. a Gregorio Preti (Taverna 1603 – Roma 1672)

San Gerolamo

Olio su tela, cm 100 x 83 – con cornice 119 x 93,5

 

Gregorio Preti nacque nel 1603 circa a Taverna, in Calabria, Giovanni Vecchio de’ Vecchi da Fabriano lo dice «allievo dello Spagnoletto e poi di Domenichino, maestro di Giacinto Brandi e di Mattia suo fratello». Ne consegue che, se è lui quel «Gregorio dello Preti napoletano» censito nel 1624 a Roma, qui sarebbe giunto in tempo per frequentare l’«Accademia di Domenichino» prima che quest’ultimo partisse per Napoli nel 1630. Non è dato sapere però quali motivi lo abbiano spinto a lasciare la natia Taverna, il piccolo borgo sui monti della Sila da dove era partito. E non è detto che con lui non ci fosse lo stesso Mattia. Nella stessa casa in cui dimorava Gregorio è attestata la presenza, nello stesso 1624, d’un “Mattia pittore”: potrebbe trattarsi d’una singolare coincidenza (difficile immaginare che un ragazzino di soli undici anni potesse già presentarsi come pittore di professione), ma non è tuttavia da escludere che, pur non essendo quel “Mattia pittore” il giovane fratello, Gregorio possa essersi portato dietro Mattia fin da subito.

Dal 1632, e per oltre quarant’anni, Gregorio fece parte dell’Accademia di S. Luca e della Congregazione dei Virtuosi al Pantheon. A Roma, sotto la protezione degli Aldobrandini, titolari in Calabria del feudo di Rossano, strinse rapporti con influenti collezionisti, come i Rospigliosi. Un riflesso del sodalizio si rintraccia, inoltre, nei conti di Marcantonio Colonna, che registrano un pagamento del 1651 a favore di entrambi i Preti per un gruppo di tele, di cui otto di mano di Gregorio; tra queste il Ratto di Proserpina (Roma, Galleria Pallavicini). Partito il fratello da Roma, Gregorio restò fedele alla matrice idealizzante di Domenichino e, nella seconda metà del Seicento, eseguì un David e Golia e il Ritorno del figliol prodigo per la cattedrale di Fabriano, e un S. Nicola in estasi e il Miracolo di s. Nicola per la chiesa di S. Nicolò nella stessa città. Una componente importante è l’influenza che Caravaggio eserciterà su Gregorio e Mattia ancora per decenni, nei temi, nel linguaggio, nella drammaticità e tensione, nella luce che emerge dall’ombra, caratteristiche che permetteranno loro di trovare estimatori nella Roma di quegli anni assicurando importanti committenze.

Il San Gerolamo è improntato ad un vigoroso plasticismo di ascendenza borgiannesco-lanfranchiana, componente che si ritrova in altre tele dell’autore, come l’Ecce Homo apparsa sul mercato, visibile nel vecchio quasi di spalle, nel braccio sagomato e muscoloso, assai simile a quello del saggio qui raffigurato. Si vedano poi la pala di San Martino vescovo con Santi nella  Chiesa di San Barnaba a Taverna, in cui si osservano i volti dei santi, barbuti e introspettivi, come il nostro San Gerolamo; ancora, il volto di un Saggio con turbante apparso sul mercato, con la medesima espressione assorta e concentrata, il volto solcato da rughe, la pelle caratterizzata dal trattamento della materia pittorica, compatta e velata da quel chiaroscuro tipicamente pretiano, che riflette la luce cupa del paesaggio circostante (si vedano il San Giacomo minore e San Filippo, Entraque, Cuneo, Museo parrocchiale arte sacra).

Epoca

XVII Secolo

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