Cerchia di Antoon van Dyck (1599 – 1641)

La cattura di Cristo

Olio su tavola, cm 28 x 22

Cornice cm 46 x 40

Cerchia di Antoon van Dyck (Anversa, 1599 – Londra, 1641)

Cerchia di Antoon van Dyck (Anversa, 1599 – Londra, 1641)

La cattura di Cristo

Olio su tavola, cm 28 x 22

Cornice cm 46 x 40

L’opera in esame raffigura l’episodio, raccontato nei quattro Vangeli, della Passione, culminante nell’arresto di Gesù in seguito al tradimento di Giuda. Cristo si trovava nell’orto del Getsemani a pregare, quando Giuda, insieme ad una schiera di guardie dei sacerdoti e dei farisei, avvicinatosi a Lui, lo baciò, come segno di riconoscimento convenuto con gli armati. Allora Gesù gli disse: "Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?". Quando Pietro vide quanto stava succedendo, estrasse la spada e colpì Malco, il servo del sommo sacerdote, mozzandogli un orecchio. Ma Gesù disse a Pietro: "Metti la spada nel fodero. Non dovrò forse bere il calice che mio Padre mi ha dato?" e toccando l’orecchio di Malco lo guarì. Allora gli armati lo legarono e lo condussero via, mentre tutti i discepoli fuggivano.

La tavola, da attribuire ad un pittore operante nella cerchia di Van Dyck, presenta caratteri di affinità con l’opera del maestro di medesimo soggetto, conservata presso il Princeton University Art Museum. Il più brillante degli assistenti di Peter Paul Rubens, Van Dyck lasciò Anversa per proseguire la sua carriera a Londra e Genova. Quando tornò - e dipinse la tela di Princeton, intorno al 1628-1630, per un mecenate sconosciuto - aveva assorbito le lezioni di Rubens e di Tiziano, sviluppando la sua delicata sensibilità. Van Dyck ha creato un parallelo molto stretto con la pittura tizianesca che si nota in quest’opera come anche nell’Ecce Homo (Barber Art Institute, Università di Birmingham, Inghilterra). Il dipinto di Princeton offre tuttavia una narrativa più complessa: mostra i torturatori che deridono il Cristo sofferente, incoronandolo con le spine e dandogli una canna come uno scettro; il suo nobile aspetto risplende attraverso i sordidi dintorni. Guarda gli occhi dei suoi tormentatori, ma lo spettatore che sta vicino al dipinto vede i suoi occhi riempirsi di dolore e compassione per l'umanità errante e peccatrice, proprio come nella tavola in questione.

Gli artisti del XVI secolo, in particolare Rogier van der Weyden, avevano escogitato una formula per mostrare una visione ravvicinata di una figura sacra o di una scena narrativa, come qui, in cui lo spettatore poteva provare un senso di partecipazione. L'episodio è perciò condensato in un piccolo formato per includere solo i principali attori. Cristo è mostrato in un momento di tormento interiore, quando è stato tradito, arrestato, portato davanti a Pilato e ripudiato dal popolo. Indossa la corona di spine e mentre il suo sangue sta per essere versato nella flagellazione, viene deriso come "Re dei Giudei". Van Dyck contrappone l'uomo che presenta la canna (un africano, per renderlo più feroce) con il soldato alle sue spalle. Questo è sicuramente il centurione, menzionato nel racconto biblico, che trafisse il costato di Gesù quando fu sulla croce e lo riconobbe come il Figlio di Dio. Sembra curioso, mentre si sporge in avanti per vedere meglio; la lancia in mano sarebbe diventata una delle principali reliquie del cattolicesimo, conservata a San Pietro a Roma, così come il velo su cui è rimasto impresso il volto di Cristo sofferente. I riferimenti a due delle reliquie sacre situano l'immagine di Van Dyck all'interno del regno iconografico della Chiesa della Controriforma trionfante. Indicano Roma come centro del cattolicesimo e delle reliquie come prova tangibile che la chiesa fu fondata da Cristo e dagli apostoli. Pur essendo evidenti i significati nascosti nell’opera, la scena rimane estremamente narrativa mantenendo l'attenzione sulla figura sofferente di Cristo, il suo corpo non ancora segnato dai segni della Passione, ma sul punto di subire l'agonia fisica che avrebbe riscattato l'umanità.

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