XVIII secolo

Coppia di vedute romane

(2) Olio su vetro, cm 13 x 18

Cornice cm 19 x 24,5

Il Tempio di Marte Ultore e Piazza Venezia in antico

XVIII secolo

Coppia di vedute romane:

il Tempio di Marte Ultore e Piazza Venezia in antico

(2) Olio su vetro, cm 13 x 18

Cornice cm 19 x 24,5

La presente coppia di vetri restituisce due contesti architettonici eccezionalmente salienti per la storia di Roma, sia antica che moderna.

Il primo raffigura le romantiche rovine del Tempio di Marte Ultòre, ossia Vendicatore, coronamento del Foro di Augusto. Ottaviano Augusto fece voto di costruirlo quando, nel 42 a.C., sconfisse insieme a Marco Antonio nella battaglia di Filippi i due assassini di Cesare, Bruto e Cassio. La dedicazione del Tempio avvenne quarant’anni dopo, nel 2 a.C.; successivamente il re ostrogoto Teoderico lo smantellò in parte per ricavarne materiale da costruzione, e con il Basso Medioevo l’area del Tempio fu occupata da istituiti religiosi, salvo essere sgombrata tra il 1924 e il 1932 per ridare luce ai resti monumentali. Nel presente dipinto si osservano le rimanenti colonne del Tempio, con gli archi delle esedre che si trovavano ai lati estremi del Foro di Augusto. 

Il secondo vetro registra invece in prospettiva ribaltata un’istantanea di Piazza Venezia prima che Palazzetto Venezia, dipinto qui al centro, chiamato in epoca moderna anche “Palazzo” come si legge nell’iscrizione sottostante, venisse demolito e ricostruito sull’altro lato della Piazza. In tal modo il complesso si slegò dalla Chiesa di San Marco Evangelista, edificata in antico per celebrare il passaggio del santo su suolo romano, di cui nel presente vengono rappresentate le tre arcate disposte a doppio livello. 

Il Palazzetto sorse nel 1467 quale viridàrio, ovvero giardino interno porticato, pròtesi meridionale dell’attiguo palazzo apostolico di Palazzo Venezia, per volontà di Paolo II Barbo. Sotto Paolo III Farnese l’edificio venne adibito a sede preferenziale per concistori e udienze (si rammenti tra tutte quella di Carlo V). Nel 1564 Pio IV lo destinò invece, insieme al Palazzo, alla Repubblica della Serenissima, affinché vi si disponessero gli uffici di ambasciatori e rappresentanti pontifici in Venezia, donde la mutata denominazione della zona, già Barbo. Il Palazzetto venne demolito nel 1909 insieme a Palazzo Bognetti-Torlonia (mai più ricostruito) nell’ambito della riqualificazione della Piazza che doveva accogliere l’Altare della Patria; ricostruito in asse a via degli Astalli, appare oggi in posizione opposta rispetto alla preziosa testimonianza del vetro. In questo è possibile scorgere, sulla sinistra, anche l’arco che collegava il complesso con il monastero francescano di Santa Maria in Aracoeli nonché, sulla destra, la Torre di Palazzo Venezia e, ribassato, il campanile romanico della basilica dedicata all’Evangelista.

I vetri risaltano per la vivace pennellata che ne suggella con rapidi e vividi tratti la briosa cromia. Alla bellezza delle forme antiche si assomma la ricercata preziosità formale, in unione con l’ambizioso formato delle due opere, tanto più contenuto quanto maggiore si disvela il virtuosismo particolaristico dell’artista. 

Due iscrizioni antichizzanti corrono sul fondo oro dei vetri, “Piaza et Palazo di S. Marco in Roma” e “Il Tempio antico di Marte”. Un piede scultoreo, calzante una càliga romana, svetta in primo piano su quella inerente a Piazza Venezia, sintomatico di quel perfetto lirismo che tra XVII e XVIII secolo si riteneva solo le vestigia dell’antichità classica avessero il potere di trasmettere.

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