Giuseppe Marullo (1610 ca. – 1685)

Suicidio di Lucrezia

Olio su tela, cm 132 x 94

Con cornice, cm 148 x 110

Pubblicato in “Achille della Ragione, Scritti di storia dell'arte, Edizioni Napoli Arte, Napoli, Maggio 2014, p.69"

Giuseppe Marullo (Orta di Atella, 1610 ca – Napoli, 1685)

Giuseppe Marullo (Orta di Atella, 1610 ca – Napoli, 1685)

Suicidio di Lucrezia

Olio su tela, cm 132 x 94

Con cornice, cm 148 x 110

Pubblicato in “Achille della Ragione, Scritti di storia dell'arte, Edizioni Napoli Arte, Napoli, Maggio 2014, p.69"

Il dipinto raffigura Lucrezia mentre affonda il pugnale sotto al seno scoperto. Lucrezia fu matrona romana, resa nota soprattutto grazie ai racconti di Tito Livio, che narra di come ella sia stata prima minacciata e poi abusata da Sesto Tarquinio, vicenda che la portarono a togliersi la vita. 

Nella posa di tre quarti, nel volto contrito dal dolore così come nella morbidezza dei passaggi chiaroscurali, seppur piuttosto contrastati, si ravvedono peculiarità pittoriche tipiche del clima culturale napoletano. Non mancano infatti i riferimenti ad Andrea Vaccaro – si vedano la Cleopatra al museo del Prado, Madrid e Lucrezia di Collezione Privata - così come a Massimo Stanzione. È in effetti proprio nel filone di quest’ultimo che si può rintracciare l’autore del dipinto in oggetto e in particolar modo al compaesano nonché allievo Giuseppe Marullo.  È il biografo De Dominici a fornirci le poche informazioni pervenute sul Marullo e a includerlo tra gli scolari di Stanzione ed in una posizione di rilievo; infatti, alla morte del maestro, è proprio il Marullo a ricevere il testamento spirituale del caposcuola, la sua raccolta di disegni di pittori seicenteschi napoletani e parecchie notizie biografiche sugli stessi. 

Il De Dominici lo dava nativo di Orta di Atella, senza specificare quando, e morto a Napoli nel 1685: è possibile stabilire i natali al primo decennio del XVII secolo, essendo la prima opera certa una pala firmata 1631 nella chiesa delle Pentite di Castrovillari, Calabria. Sopperisce a una carenza di documenti scritti l’abitudine da parte del Marullo di firmare, spesso in latino, e di datare le opere, così che si è potuto restituire – ma solo in tempi recenti e spesso grazie a interventi di restauro sui dipinti - al pittore le opere e conoscere il suo percorso evolutivo. 

Infatti, per lungo tempo il Marullo è stata personalità poco indagata e riconosciuta dalla critica e ciò ha portato a confondere sovente le sue opere con quelle del suo maestro, come avvenuto per una Sant'Agata passata come opera dello Stanzione, ma riferibile invero al pennello di Marullo. La Sant’Agata mostra peraltro somiglianze con la Cleopatra di collezione Hoyos a Rosenburg, in Austria, restituita al Marullo dallo Schultze.

A lungo considerato dalla critica come imitatore dei modi stanzioneschi ma anche di Pacecco de Rosa, pittore che in effetti per un certo periodo gli fu ispiratore, il Marullo a uno sguardo più attento rivela invece una personalità autonoma capace di fondere e rivisitare i linguaggi della pittura napoletana intorno alla metà del Seicento. Quando era in vita la sua attività godette certamente di buona fama, come dimostrato dalla presenza di numerosi suoi quadri negli inventari delle più importanti famiglie napoletane dell'epoca, ma anche alcune commissioni pubbliche, purtroppo oggi scomparse, come il ciclo eseguito nel 1644, sia a tela sia a fresco, che il Marullo porta a compimento nella cupola e nella zona presbiteriale della chiesa di San Sebastiano. Nel 1646 si registra invece il saldo di pagamento per il completamento delle tele per il soffitto della Pietà dei Turchini. La produzione dell’artista, piuttosto prolifica, consta per lo più di opere a carattere religioso e destinante alle chiese partenopee e di provincia, pur non mancando temi allegorici e storici, di cui la presente è un esempio e che dimostra l’attenzione del pittore verso soggetti in voga all’epoca. Inoltre, tra il 1643 e il 1644 eseguì diversi dipinti per Domenico Mazzarotta, tra cui tre ritratti non rintracciati. De Dominici riferisce che ricevette da parte dell’ambasciatore spagnolo Pedro Antonio de Aragón, la commissione di dodici quadri, che portò a termine a Napoli, dove l’ambasciatore si trasferì da Roma nel 1666 per ricoprire la carica di viceré. Fra le opere musealizzate si cita La pesca Miracolosa, presso la pinacoteca del museo campano di Capua, firmata "Joseph Marullus" e considerata dalla critica tra le migliori opere dell'artista per la perfetta fusione di elementi culturali derivati dagli esempi dello Stanzione, e di efficaci soluzioni luministiche forse desunte dallo Stomer. 

In Achille della ragione, Giuseppe Marullo Opera Completa, Edizioni Napoli Arte, Napoli, 2006 è stata condotta una ricognizione puntuale dell’artista e delle sue opere, a cui lo stesso autore restituisce la presente nel saggio Una scoperta e una riscoperta per Marullo, pubblicato in Achille della Ragione, Scritti di Storia dell’Art, Edizioni Napoli arte, Napoli, maggio 2014, p. 69.

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