Pittore manierista, XVI secolo

Leda e il cigno

Olio su tela, cm 87,5 x 142

Con cornice, cm 107 x 161

Iniziale 'P', al centro di un ricamo del cuscino

Pittore manierista, XVI secolo

Pittore manierista, XVI secolo

Leda e il cigno

Olio su tela, cm 87,5 x 142

Iniziale 'P', al centro di un ricamo del cuscino

Leda, regina di Sparta e sposa di Tindaro, è adagiata su un lenzuolo con il busto rialzato da un cuscino bianco. Alla sua figura, che occupa l’intero spazio della tela, si appresta soavemente quella di Zeus sotto le mentite spoglie di un cigno. A seguito di questa unione, secondo il mito, Leda depose un uovo da cui nacquero Elena, Polluce, Castore e Clitennestra. La vicenda si sarebbe dovuta svolgere lungo il fiume Eurota ma a fare da sfondo, nel presente dipinto, è un dettagliato scorcio dante su una catena montuosa che circonda un lago, e alcuni edifici. Tra questi si distinguono un acquedotto e la Piramide Cestia: un brano paesistico di grande qualità, in sostanza, soprattutto nella resa cromatica della vegetazione circostante e delle montagne soffusamente delineate, tanto da far pensare che l’artista abbia studiato le opere del maestro Leonardo. 

La voluminosità della figura femminile rimanda a stilemi manieristi ed è pertanto possibile circoscrivere l’ambito cronologico realizzativo della stessa alla metà del Cinquecento. Per le origini dell’iconografia della Leda sdraiata, in antichità preferita nella variante stante, è necessario soffermarsi su un’incisione di Albrecht Dürer (1471-1528), raffigurante la donna in compagnia, anziché del cigno, di un essere marino. Cesare Reverdino (seconda metà del XVI secolo) riprese nell’immediato quest’opera, affiancando stavolta alla regina Zeus sotto mutate forme. È la perduta versione di Michelangelo, tuttavia, ad aver ispirato il numero maggiore di repliche: dipinta su commissione di Alfonso I d’Este duca di Ferrara, la tela si impose come aperta sfida al collega Tiziano, il quale aveva appena consegnato al duca tre dipinti. Michelangelo completò l’opera, a detta del biografo Condivi di dimensioni ingenti, entro il 1530 o l’anno successivo; sembrerebbe che, in tutta risposta, Tiziano immortalò la celebre Danae oggi in collezione del Museo e Real Bosco di Capodimonte, che Michelangelo vide quando a Roma ma che criticò, nel 1545. In seguito ad una discussione con il rappresentante del duca, l’artista toscano donò tela e cartone preparatorio all’allievo Antonio Mini, che portò entrambi in Francia per venderli a Francesco I. Nonostante la tradizione voglia che sia stato il sovrintendente di Fontainebleau Des Noyers a bruciare il dipinto originario, per indecenza, mancano tutt’oggi le testimonianze della sua scomparsa: sappiamo tuttavia che Cornelis Bos ne eseguì una copia in incisione e che lo stesso Michelangelo eseguì uno studio per il volto di Leda in gesso rosso che oggi si conserva presso Casa Buonarroti di Firenze.  La replica più antica della tela del maestro risulta a oggi il dipinto esposto presso la National Gallery di Londra, anche se non vi fanno comparsa i Dioscuri citati invece da Cornelis. A lungo attribuita a Rosso Fiorentino in ragione della testimonianza di Cassiano del Pozzo che ne vide una simile entro la quadreria di Fontainebleau nel 1625 ed anche per via del cartone che Vasari ricorda presente nello studio dell’artista al momento della sua morte nel 1540 (Londra, Royal Academy of Arts), la tela è stata ricondotta oggi più prudentemente ad una mano anonima.  

Alla variante della Leda sdraiata, ricorrente anche in una scultura di Bartolomeo Ammanati (Firenze, Museo Nazionale del Bargello), si accostò per il tramite di Leonardo da Vinci quella della regina nei pressi di un canneto inginocchiata (Studio per la Leda, Rotterdam, Museo Boymans-van Beuningen e Chatsworth House, Derbyshire), presto ripresa dal nutrito stuolo dei suoi allievi tra i quali Cesare da Sesto (Roma, Galleria Borghese) e Francesco Melzi (Firenze, Gallerie degli Uffizi). Successivamente Raffaello replicò uno studio leonardesco proponendo una Leda stante (Windsor, Royal Collection).

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