Seconda metà del XIX secolo, da Antonio Canova (1757 – 1822)

Paolina Bonaparte come Venere Vincitrice

Alabastro alt. cm 39,5 x 57 x 17,5 cm

Piedistallo in legno con piano in marmo di carrara

Seconda metà del XIX secolo, da Antonio Canova (1757, Possagno – 1822, Venezia)

Seconda metà del XIX secolo, da Antonio Canova (1757, Possagno – 1822, Venezia)

Paolina Bonaparte come Venere Vincitrice

Alabastro alt. cm 39,5 x 57 x 17,5 cm

Piedistallo in legno con piano in marmo di carrara

Antonio Canova, eterno principe del neoclassicismo scultoreo, amava definire la villa Pinciana a Roma, futura Galleria Borghese, come “la villa più bella del mondo”. L’ascesa di Napoleone legò indissolubilmente la fama dell’artista alle future collezioni ex-fedecommissarie della nobile famiglia, tra le quali brillò per iconicità la Paolina Bonaparte come Venere Vincitrice. All’indomani della nomina a Primo Console, Napoleone si legò alla famiglia Borghese maritando nel 1803 la sorella Paolina, in seconde nozze, al principe romano Camillo II; Paolina ottenne il titolo di principessa romana, e Camillo volle celebrare il sodalizio politico commissionando allo scultore più affermato del momento, Antonio Canova, un ritratto della moglie. L’artista aveva già eseguito una scultura raffigurante Napoleone come Marte Pacificatore (marmo: 1803-1806; il gesso preparatorio: 1803; Wellington Museum, Aspley House di Londra), rispondendo alla retorica autocelebrativa dei fasti napoleonici, identificando e qualificando come divinità gli esponenti della famiglia francese, in una corsa all’esaltazione del consenso. L’opera, preceduta da disegni preparatori (Museo Civico di Bassano) e dal consueto scheletro gessoso (Gipsoteca di Possagno, in loco dal 1829 per l’attenzione del fratello del Canova, mons. Gianbattista Sartori), venne completata tra il 1805 e il 1808, quando Napoleone era ormai già divenuto imperatore e Paolina “altezza imperiale”. Venne subito esposta nella residenza di Camillo a Torino, essendo quivi il Borghese Governatore Generale dei Dipartimenti Transalpini; con la successiva disfatta napoleonica a Waterloo, cadde anche la necessità di esaltare la famiglia imperiale: la scultura venne pertanto trasferita presso Palazzo Borghese sito in Campo Marzio, quindi celata in una cassa a causa delle incalzanti lamentele di papa Leone XII, richiamando l’opera sempre nutriti gruppi di curiosi spettatori. Nel 1838 fu il definitivo trasferimento entro il casino Pinciano.

Paolina è raffigurata nelle sembianze di Venere vincitrice, un tipo iconografico di Afrodite desunto dalla materia letteraria mitologica: la dea della discordia Eris, non invitata al banchetto nuziale di Teti e Peleo, gettò sul tavolo un pomo da destinarsi alla più bella, sollevando una lite tra le tre divinità Era, Atena e Venere; Paride consegnò il pomo della vittoria nelle mani di quest’ultima, che nella presente opera, replica fedele della Paolina Bonaparte canoviana, lo stringe soddisfatta. I Borghese stessi vantavano inoltre una leggendaria discendenza da Enea, figlio della dea dell’amore; in un unico ritratto di concelebravano così due famiglie, unite dal trionfo napoleonico. 

Gli stilemi del bello ideale, rincorsi da Canova per l’ottenimento di un sembiante sublime che innalzasse la totalità delle sue opere a irraggiungibili meraviglie artistiche, si rinnova nella presente grazie alla dosata misurazione delle simmetrie anatomiche, compostamente disposte in un elogio della perfezione formale. L’impulso all’ispirazione eroica, addolcito mediante la soffusa trattazione del marmo (qui alabastro), si stigmatizza anche mediante l’abbondante panneggio che ricopre le gambe della donna e che ne movimenta la figura, al pari delle pieghe dell’agrippina, dormeuse con un solo bracciolo. Canova era solito rifinire le proprie sculture, trasposte dai suoi assistenti dal gesso di sua invenzione al marmo, attraverso continue levigature e lisciature mediante una collezione di abrasivi di sempre più minuta composizione; da qui quello che è stato definito effetto di “vera carne”, addizionato alla pulitura (ovvero, in ambito scultoreo, lucidatura) con acqua di rota, ricavata dal colatoio presso cui si arrotavano gli scalpelli, e che di conseguenza risultava leggermente rosata. Il materasso su cui poggia Paolina è derivazione dall’esemplare che Bernini scolpì nel 1619 su richiesta del cardinal Scipione Borghese quale sostegno all’Ermafrodito dormiente o Borghese, copia romana di II sec. d.C. da un originale greco del II sec. a.C. (Musée du Louvre); da tempo parte delle collezioni Borghese, Canova ne pianse la partenza alla volta di Parigi quando Napoleone razziò le raccolte romane. L’artista riuscì a disporre il ritorno in patria di parte delle opere trafugate quando fu nominato ispettore generale delle antichità e delle arti, nel 1815; in ragione di questo impegno in difesa dell’arte italiana, Pio VII lo nominò Marchese d’Ischia. Si chiudeva così la parentesi romana dell’artista, principiata nel lontano 1779, intervallata da soggiorni napoletani per lo studio dei reperti classici e da un breve ritorno nella natale Possagno. La lodevole capacità artistica del Canova si era già diffusa presso le corti più illuminate europee, culminando nella qualifica a ritrattista ufficiale dell’imperatore Napoleone, con la sua discussa incoronazione imperiale entro la cattedrale di Notre-Dame parigina.

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